| Cresce l'uso di parole inglesi nella lingua italiana: ma qualcuno capisce cosa diciamo? |
| Scritto da Damiano Congiusta | |
| Giovedì 03 Dicembre 2009 13:26 | |
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Il fenomeno della pesante penetrazione dei termini inglesi nella lingua italiana, specialmente quella specialistica dell'ambiente lavorativo, non accenna a fermarsi.
Recentissimo, uno studio della Agostini Associati sull'uso dei termini inglesi utilizzati nelle aziende ha rilevato che negli ultimi 8 anni l'uso dell'idioma anglosassone è aumentato quasi dell'800%. La cosa curiosa, e preoccupante, è che la maggior parte dei termini vengono sì assimilati dai parlanti italiano, ma con connotazioni diverse da quelle che hanno in origine. Il fenomeno presenta un certo rischio, in quanto potrebbe penalizzare le comunicazioni tra persone di provenienza differente, che si ritroverebbero ad esprimere concetti differenti utilizzando la stessa parola. Per non parlare poi della difficoltà cui vanno incontro i traduttori anglosassoni di documenti italiani in cui vengono utilizzati i suddetti termini che non saprebbero raccapezzarsi su quale significato attribuire a parole che dovrebbero essere loro familiari. Una lista delle 10 parole maggiormente entrate in uso è stata stilata dai ricercatori. Vediamola assieme, dalla meno usata alla più frequente, con l'avvertenza che si tratta di termini usati sopratutto nell'ambito del marketing (altra parola inglese): switch, brand, buyer, mission, annual report, competitor, performance, fashion, business, look. Chi mastica la lingua di Shakespeare appena un po' comprenderà come queste parole siano facilmente traducibili in italiano con termini immediati e senza perifrasi ardite. Un'ipotesi sulla tendenza potrebbe sottolineare la necessità dell'italiano di sentirsi più "europeizzato" rispetto agli altri popoli, tenendo anche conto che la lingua italiana è stata creata a tavolino sull'esempio di quella scritta da Petrarca e Boccaccio Si tratta quindi di un idioma dalle forti connotazioni letterarie, che perciò ha meno collegamenti con la vita quotidiana rispetto all'inglese, più sintetica e funzionale. Ci sono senz'altro dei termini che hanno arricchito il nostro vocabolario: pensiamo ad esempio a "stalking", che identifica un reato ben specifico. In inglese denota un movimento furtivo allo scopo di seguire di nascosto una persona: il nostro "pedinamento" non esprime con altrettanta forza il significato preciso, né tutta la serie di connotazioni che gravita attorno all'atto. Nonostante ciò, e tralasciando qualsiasi tentazione di sterile purismo, va rilevato che questo abuso di termini sta diventando a poco a poco un'assillante brusio che permea un po' tutti gli ambiti della comunicazione, non solo quella lavorativa, spesso confondendo invece che favorendo la comprensione. Chi scrive, quando ha dovuto mandare curricula a varie aziende, ha dovuto districarsi lungo tutto un irto percorso fatto di project manager, managing director, chief engineer, chief executive officer, junior web manager, public relations responsible, account manager distributor, advertising sales agent...e via dicendo. Ovviamente non ho mai compreso chi facesse cosa, tanto meno perché, ma il mal di testa che mi coglieva quando dovevo capire quali ruoli rispondessero alle mie competenze penso sia sufficientemente esplicativo... |