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Festival nazionale del doppiaggio a Sanremo
Scritto da Damiano Congiusta   
Lunedì 30 Giugno 2008 11:41
È una professione dietro le quinte, eppure influenza il linguaggio di tutti. Contagia la cultura linguistica, dà forma alla pronuncia e contribuisce alla diffusione e alla nascita dei modi di dire. Da più di settant'anni i doppiatori parlano per noi. Danno voce alle nostre fantasie, dapprima al cinema e poi in televisione.

Parlando si fanno portatori dell'essenza distillata del linguaggio della propria epoca. In un certo senso, del suo archetipo. Così, come disse Ennio Flaiano, "l'italiano è quella lingua che parlano i doppiatori".

Lo racconta il critico Claudio G. Fava, direttore artistico del Festival nazionale del doppiaggio Voci a Sanremo che festeggia quest'anno la dodicesima edizione. Un appuntamento ormai consolidato con lo spettacolo, visto da una prospettiva meno scontata: un'occasione per dare un'occhiata dietro le quinte, a tutto un mondo di professionalità e contaminazioni lessicali.

Il lessico cinematografico e quello televisivo sono tra i più efficaci - e forse tra i meno riconosciuti - mezzi di trasmissione linguistica che conosciamo. Spesso non ce ne accorgiamo, ma molte scelte dipendono da esigenze di traduzione legate alle necessità ritmiche del doppiaggio. Per esempio l'uso frequente del termine esatto! per dire sì, deriva dall'inglese exactly. Piccole traslazioni di significato che, reiterate, diventano parte della lingua. A volte errori, approssimazioni. Oppure neologismi, o nuovi slang.

Il linguaggio evolve, ed è materia morbida nelle mani - e nelle voci - degli adattatori, coloro cioè che hanno il compito di modificare le traduzioni delle sceneggiature in lingua straniera (soprattutto dall'inglese, ma anche dal francese e dal tedesco) in modo che rispettino i tempi della recitazione. Spesso sono ex doppiatori, che dopo anni di esperienza acquisiscono una confidenza totale con i ritmi dei moti labiali e le esigenze del sincrono: "non si parla mai di loro, eppure il linguaggio è nelle loro mani. Sono arbitri della nostra lingua", spiega Claudio G. Fava.

Analogo discorso vale per i sottotitoli, usati sempre più spesso in televisione, anche per favorire gli spettatori non udenti: i tempi di lettura sono più lenti di quelli d'ascolto ed è inevitabile rinunciare a trascrivere quasi il 40% del contenuto vocale, proporzione che aumenta con la traduzione da lingue più veloci dell'italiano, come per esempio l'inglese. Una perdita di sfumature che può essere colmata solo dalla professionalità degli addetti: non a caso, Claudio G. Fava auspica l'introduzione in futuro di un premio destinato ai sottotitolatori.

Non dimentichiamo poi che la lingua parlata è fatta di vocaboli e di regole grammaticali, certo, ma anche di pronuncia: ecco un altro tema caldo della professione. Un tempo i doppiatori avevano alle spalle anni di dizione. Parlavano un italiano perfetto, privo di inflessioni dialettali. A meno naturalmente che queste non fossero necessarie per copione, per caratterizzare i personaggi, come per esempio ne La grande Guerra con gli indimenticabili Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Oggi, in televisione e al cinema, si è affermata invece la tendenza di usare inflessioni in romanesco, che nell'uso finisce per fagocitare l'italiano. Analogo fenomeno accade nel cinema americano, fa notare l'assessore alla Cultura Fabio Morchio: la centralità di Hollywood fa sì che nei film spadroneggi l'accento californiano.

E, a proposito di pronunce locali e traduzioni, come rendere nel doppiaggio le inflessioni dialettali? Un altro argomento di discussione affascinante, in un universo professionale ricco di sfaccettature e capace di impalpabili influenze sulla cultura contemporanea. Che è protagonista assoluto, a Sanremo, di nove giorni di cinema e TV: dal 27 giugno al 5 luglio un fitto calendario di incontri, proiezioni, anteprime, per un viaggio che corre tra le voci e le immagini.

Tutte le informazioni sui vincitori e sugli eventi in programma, in vociombra.com.
Fonte: genovapress